Il ruolo della comunicazione nel Decennio dell’Educazione

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

La Chiesa italiana ha scelto di dedicare il decennio 2010-2020 all’emergenza educativa: per questo gli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano si intitolano Educare alla vita buona del Vangelo. Oltre che una dimensione «costitutiva e permanente» dell’essere Chiesa, l’educazione rappresenta – si legge nella presentazione degli Orientamenti – «una sfida culturale e un segno dei tempi» e in questo orizzonte un ruolo di primaria importanza è svolto certamente dalla fitta rete di connessioni e interazioni multimediali di cui sono sempre più intessute le nostre giornate, e ancor più quelle dei nostri giovani. «Si avverte, amplificato dai processi della comunicazione, il peso eccessivo dato alla dimensione emozionale – si legge al n. 13 del documento –, la sollecitazione continua dei sensi, il prevalere dell’eccitazione sull’esigenza della riflessione e della comprensione». Questa temperie culturale e sociale (che peraltro nel corso del decennio ha visto ulteriormente accentuarsi queste caratteristiche) chiama in causa ogni giorno di più la comunità dei credenti per la quale «si impone la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti dalle acquisizioni di quanti operano nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’arte» (Orientamenti, 41). Il che non significa affatto adeguarsi alle eventuali storture, ma attrezzarsi in modo tale da poter comprendere cosa sta avvenendo, valorizzando gli aspetti positivi e denunciando limiti e rischi. «La tecnologia digitale – si legge al n. 51 – superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilità di informarsi, di partecipare e di condividere, anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di rendere più superficiali i rapporti». I processi mediatici – ricordano ancora gli Orientamenti – «vanno considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, pur richiedendo uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile». Per questo la Chiesa è chiamata ad “educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al loro uso. Il modo di usarli è il fattore che decide quale valenza morale possano avere”. Per questo motivo se da una parte «sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo», dall’altra occorrerà «mostrare alle giovani generazioni la bellezza di relazioni umane dirette» (51), che nessuna mediazione tecnologica potrà mai pienamente sostituire. Quando gli Orientamenti sono stati scritti, prima del 2010, il processo di capillare diffusione dei social network non era ancora giunto ai livelli attuali, ma già lasciava ampiamente presagire quel che stava avvenendo, a partire dalle giovani generazioni e cominciando da un’età sempre più bassa. Già allora venivano evocati sia «l’apporto dei mezzi della comunicazione promossi dalla comunità cristiana (tv, radio, giornali, siti internet, sale della comunità), che l’impegno educativo negli itinerari di formazione proposti dalle realtà ecclesiali», con grandi attese nei confronti delle figure degli «animatori della comunicazione e  della cultura, che – si affermava sempre al n. 51 – si stanno diffondendo nelle nostre comunità, secondo le indicazioni contenute nel Direttorio sulle comunicazioni sociali». A distanza di qualche anno occorre rilevare come sia proprio il terreno dei social network quello che oggi sta chiamando maggiormente in causa la risposta della comunità dei credenti, spesso ancora inadeguata di fronte alle sfide della comunicazione social, oppure talvolta fin troppo incline a lasciarsi trascinare senza filtri su un terreno infido. Per abitare i social in maniera costruttiva non bastano prudenza e sapienza, occorre una adeguata formazione specifica. Se dunque già gli Orientamenti (al n. 54) auspicavano che ciò avvenisse «attraverso le vie ordinarie della pastorale delle parrocchie, delle associazioni e delle comunità religiose, avvalendosi di apposite iniziative di formazione» e «dell’impegno di quanti operano da cristiani nell’universo della comunicazione», la 71a Assemblea Generale della CEI celebrata a maggio del 2018 ha sancito in modo ancor più esplicito questa esigenza. «Di fronte allo scenario creato dai new media – si legge nel Comunicato Finale – l’atteggiamento espresso dai Vescovi è di simpatia critica, intuendone sia i rischi che le opportunità. (…) C’è bisogno di ascolto come condizione permanente; c’è bisogno di raccontare la vita, le storie delle persone attraverso le quali passa il messaggio: oggi più di ieri è il tempo dei testimoni. Sicuramente nella missione della Chiesa – prosegue il testo – è necessario comprendere come colmare il divario tra l’accelerazione della tecnologia e la capacità di afferrarne il senso profondo: le forme della liturgia della catechesi e più in generale della pedagogia della fede si trovano oggi di fronte a una dimensione antropologica nuova e, pertanto, presuppongono un’adeguata inculturazione della fede. Tra le proposte emerse, l’investimento in una formazione progressiva, sostenuta con la realizzazione di contenuti digitali di qualità e materiale didattico. (…) È stato anche suggerito di potenziare i servizi di collegamento e condivisione tra le parrocchie e le diocesi, creando gradualmente le condizioni per una nuova cultura della comunicazione nel servizio pastorale. Un’opportunità in tal senso potrà essere rappresentata dalla collaborazione tra gli Uffici della CEI e l’Università Cattolica nell’ambito della formazione. In questa direzione alcune iniziative sono già in atto e altre sono in fase di progettazione per una sensibilizzazione delle comunità sul tema dell’educazione digitale». Uno dei frutti di questa presa di coscienza dell’Episcopato Italiano riunito in Assemblea Generale è proprio il MOOC “Educazione digitale”, come pure sono le molteplici esperienze di affiancamento, da parte dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, di cammini formativi e sperimentazioni a livello diocesano: da Sessa Aurunca a Lamezia Terme, da Civitavecchia a Rimini, solo per citarne alcune. Nel contempo in questi anni è rimasta viva – in un’ottica di costante rinnovamento e adeguamento – la proposta del cammino formativo per animatori della comunicazione e della cultura (corso Anicec). Un’attività che, in linea con le trasformazioni in atto, nel corso del decennio ha visto crescere le modalità di interazione didattica attraverso i social e le dirette web, integrando l’offerta di lezioni registrate e fruibili in modalità e-learning.

Stefano Proietti, Emanuela Vinai

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