Fake news. Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

Per inquadrare il fenomeno e cogliere alcuni tratti salienti partiamo dalla definizione del Cambridge Dictionary che definisce le fake news come «racconti falsi che appaiono come notizie, diffusi da Internet o attraverso altri media, creati solitamente per influenzare l’opinione pubblica o come scherzo». La definizione permette di individuare almeno tre caratteristiche di questo genere di contenuti infondati e falsi. Le fake news hanno una natura mimetica: sembrano vere pur essendo prive di fondamento. L’efficacia di questo genere di contenuti consiste proprio nel mascherare la propria falsità. Un secondo aspetto determinante nella diffusione di questo fenomeno riguarda il ruolo dei social network all’inizio del processo di diffusione e alla sua propagazione. Spiega il semiologo Paolo Peverini, docente all’Università Luiss “Guido Carli”: «Se certamente i media conversazionali non possono essere considerati come la causa principale delle fake (la disinformazione non è certamente un fenomeno recente o legato unicamente alla rete) innegabilmente le pratiche d’uso delle reti sociali e le logiche di visualizzazione dei contenuti (mirate a premiare la visibilità dei contenuti a scapito della loro autenticità) giocano un ruolo determinante nel funzionamento delle cosiddette “camere dell’eco”. All’interno di queste “camere” gli stessi contenuti vengono reiterati e amplificati a scapito della loro rilevanza, pertinenza, affidabilità, generando una spirale che, come alcuni studi recenti dimostrano, sembra resistere anche ai tentativi di svelamento e smentita» (Agenzia SIR, 4 ottobre 2017). Quello delle fake – ed è la terza caratteristica – non è semplicemente un utilizzo ludico, bensì manipolatorio di tipo politico e potremmo dire anche ecclesiale. Questo aspetto è molto grave e da non sottovalutare: queste bufale vengono caricate di una forza pragmatica tanto drammatica da manifestarsi con evidenza in forme di intolleranza e odio che ne alimentano la diffusione. Compromettendo, quindi, qualsiasi forma di relazione e intaccando con il loro virus letale anche le nostre comunità. Cosa fare? Ovviamente non bisogna avere un atteggiamento di resa o subire passivamente le conseguenze negative di un fenomeno ormai largamente conosciuto. Particolarmente significativo e illuminante in questo senso è il Messaggio di papa Francesco per la 52a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, “La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace”. Scrive il Santo Padre: «Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. (…) La verità ha a che fare con la vita intera. (…) L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. (…) Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre». Le fake news sono uno degli elementi che avvelenano le relazioni, proprio perché nascono dal pregiudizio e dall’incapacità di ascolto. «Il più radicale antidoto al virus della falsità – sempre il Papa nel Messaggio – è lasciarsi purificare dalla verità». Solo così potremmo contrastare, sin dal loro sorgere, pregiudizi e sordità, che non fanno altro che stoppare ogni forma di comunicazione, chiudendo tutti in un circolo vizioso. La capacità di ascolto e, quindi, di dialogo esige una maturità umana tale da favorire adattamenti alle diverse e impreviste circostanze. La buona comunicazione non è solo trasmissione di notizie: è disponibilità, arricchimento reciproco, relazione. Solo con un cuore libero e capace di ascolto attento e rispettoso, la comunicazione può costruire ponti, occasioni di pace senza infingimenti. Tutto questo ci esorta a non arrenderci nella ricerca e nella propagazione della verità, soprattutto nell’educazione dei giovani. Come ricordava Paolo VI (cfr. Messaggio per la 6 a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, “Le comunicazioni sociali al servizio della verità”, 1972): «L’uomo, e tanto maggiormente il cristiano, non abdicherà mai alla sua capacità di contribuire alla conquista della verità: non solo quella astratta o filosofica, ma anche quella concreta e quotidiana dei singoli accadimenti: se lo facesse, danneggerebbe con ciò stesso la propria dignità personale». Oggi più che mai, quindi, osserva il filosofo Adriano Fabris, docente all’Università di Pisa, «dobbiamo recuperare interesse per la verità. Dobbiamo sapere che dire la verità è possibile e che dobbiamo fare tutti gli sforzi per farlo. Dobbiamo riprendere la nostra motivazione a dire le cose come stanno e a verificare ciò che gli altri dicono. Non è inutile, non è impossibile. È anzi qualcosa di basilare: è la base di ogni nostra interazione con gli altri esseri umani» (Agenzia SIR, 24 luglio 2018). È la base di ogni relazione. Una buona comunicazione, edificata sulla verità, diventa fautrice di autentiche relazioni comunitarie. Al contrario, un fake non fa altro che disgregare. Una buona comunicazione aggregante è possibile. Certo, è un percorso impegnativo che richiama la fatica e la bellezza del pensare e dell’impegno comunitario nella conoscenza. Il tutto a partire dall’ascolto, ritmato dai giusti tempi del silenzio e del discernimento. È la condizione indispensabile per accogliere ogni parola pronunciata, che si fa carne viva, e coglierne il giusto significato, nella sua storia, gioie e sofferenze comprese. Solo così svilupperemo gli anticorpi necessari per riconoscere limiti e problemi e, nella misura del possibile, vincere le storture comunicative. Le nostre comunità, in questo, potrebbero davvero contribuire a una diversa cultura e insegnare tanto con profezia e creatività, evitando le sabbie mobili della disarmonia. In che modo? Promuovendo una buona comunicazione di tenerezza; una comunicazione capace di tessere trame di verità; una comunicazione autentica e una comunicazione capace di tenere il tutto (Cfr. Francesco, Discorso ai vescovi del Messico, 13 febbraio 2016). Una relazione di tenerezza. È quella che appartiene a ogni madre. È il sentimento profondo intrinseco alla stessa maternità. La tenerezza comunica la persona, la sua intimità, i suoi segreti. Se è vero che la tenerezza appartiene in modo particolare alle madri, è altrettanto vero che appartiene in modo esclusivo alla Chiesa. E questo non per assimilazione, ma per natura. Chiesa-madre è l’immagine che Papa Francesco più predilige. Come egli stesso ha detto più volte: «La sfida grande della Chiesa oggi è diventare madre! […] Se la Chiesa non è madre […] non è feconda. […] L’identità della Chiesa è questa: evangelizzare, cioè fare figli […] per questo la Chiesa deve fare qualcosa, deve cambiare, deve convertirsi per diventare madre». La buona comunicazione, quindi, è quella che è capace di conversione. Proprio perché Chiesa-madre, le nostre comunità non possono che essere promotrici di unità. Non si è mai vista, infatti, una mamma che divide anziché unire. E se ciò avviene, è sicuramente contro-natura. Torna alla mente l’episodio biblico narrato nel primo libro dei Re (3,16-28), quando Salomone, uomo di grande saggezza, a cui Dio ha dato la capacità di saper distinguere il bene dal male, permette il trionfo della verità sulla menzogna dinanzi alla contesa di due madri. Salomone, dopo aver chiesto chi fosse la vera madre e aver ricevuto l’ovvia risposta da entrambe, propone di dividere il bambino in due. La vera madre non avrebbe mai permesso che il figlio morisse a rischio di non vederlo mai più. Ed è così anche per la Chiesa, in tutte le sue forme ed espressioni: l’unità nella verità non accetta mormorazioni e maldicenze che dividono. Ecco perché una buona comunicazione non può accettare compromessi e rinunciare all’obiettivo primo: la verità! Una relazione attenta e autentica. L’attenzione e la vicinanza richiedono empatia, disponibilità, arricchimento reciproco. In una parola: ascolto! E questo vale, soprattutto, a livello ecclesiale. Ascolto attento con il desiderio di andare oltre, di “riscaldare il cuore”. La buona comunicazione si fonda sull’ascolto. Una relazione che promuove unità. È il punto focale e l’orizzonte cui guardare. È il leitmotiv del magistero di papa Francesco. A essere chiamato in causa non è solo il collegio episcopale, i sacerdoti o i religiosi/e, ma tutto il popolo di Dio. L’insieme e l’unità indicano una strada ben precisa: la comunione! La Chiesa stessa, d’altronde, come insegna l’ecclesiologia, è “mistero di comunione”. Se ciò viene preso sul serio, allora questa realtà originaria deve manifestarsi nella vita d’ogni comunità ecclesiale e deve funzionare come norma di vita. La comunione è dimensione costitutiva della Chiesa. Ecco la buona comunicazione, quella che ravviva le relazioni, promuove comunione. Che poi, a dirla tutta, comunione è l’altro nome di comunicazione.

Vincenzo Corrado

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