Lettera a una professoressa - Scuola di Barbiana

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

Lettera a una professoressa - Scuola di Barbiana
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Lettera a una professoressa è un testo sempre mitico e grandioso per la sua incisività e provocazione.
Chi non conosce don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana?
Nel libro in questione emergono proprio questi due aspetti: la figura di un grande educatore e il significato della sua Scuola.

A lungo frainteso e ostacolato dalle autorità scolastiche e anche da una parte di quelle religiose, don Milani è stato una delle personalità più significative del dibattito culturale del dopoguerra e la sua vita rappresenta ancora oggi una grande testimonianza di fedeltà nella sua opzione di essere dalla parte degli ultimi.
Leggendo le sue pagine, si constata come sempre sceglieva la via della provocazione, della rottura … per aggredire il mondo comodo e benpensante di allora e di oggi.
Il suo modo di scrivere semplice, disarmante, ma estremamente puntuale e preciso nelle denunce fa nascere, nella coscienza di tutti “ il piccolo amaro germoglio della vergogna”: così si esprimeva E. Balducci, un suo grande estimatore.

L’esperienza della sua scuola è molto impegnativa: dopo il lavoro nei campi, tutto il giorno, sette giorni su sette. E' , però, una esperienza di vita che apre alle problematiche del mondo. Mette, infatti, nel programma lo studio di quattro lingue e si commenta insieme il giornale quotidiano.
Nonostante, questa scuola, sia collocata in un paesino di campagna cerca di portarla sempre al centro del mondo e dell’attualità.
L’educazione, per questo grande prete, è la sua missione, vuole fare imparare ai poveri, agli ultimi, la cultura e dare a loro la possibilità di inserirsi nella società.

Leggendo queste pagine di ritrova un senso di pace che, nello stesso tempo, fa scaturire il desiderio e un impegno per la giustizia sociale.
Il primo brano del testo sulla timidezza è, per me, un piccolo capolavoro:
“Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non esser visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia mia o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma. Il babbo osserva e ascolta, ma non parla.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sé. Gli operai poi non se ne parla.
Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.
Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro.
Forse non è né viltà né eroismo. È solo mancanza di prepotenza".

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