DIVES IN MISERICORDIA - Giovanni Paolo II

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

L’enciclica “Dives in Misericordia”, scritta da Giovanni Paolo II nel 1980, due anni dopo al sua elezione a Pontefice, ripercorre l’Antico e il Nuovo Testamento e, soffermandosi in particolare sulla parabola del “figliol prodigo”, mette in evidenza la grandezza della misericordia di Dio, tema ripreso ampiamente dal magistero di papa Francesco. Il documento si colloca in stretta continuità con l’enciclica precedente “Redemptor Hominis” su Cristo Redentore (1979); è la seconda enciclica della trilogia trinitaria che culmina nella “Dominum et Vivificantem” sullo Spirito Santo del 1986.
“Il significato vero e proprio della misericordia - afferma Giovanni Paolo II -  non consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più penetrante e compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell'uomo”.
Anche se agli occhi degli uomini la misericordia può apparire come una debolezza, essa invece assume, secondo il documento, una fortezza ed una statura ineguagliabile. Non c’è niente di più grande che usare misericordia e perdono; altrimenti si cade nella spirale della violenza o nella ricerca di una giustizia a tutti costi che può rasentare il giustizialismo.
 

Giovanni Paolo II esprime con parole accorate l’esigenza di una preghiera che invochi misericordia: “la preghiera è il grido alla misericordia di Dio dinanzi alle molteplici forme di male che gravano sull’umanità e la minacciano” (n. 15).
Il Pontefice, che intitola il cap. 12 dell’enciclica “Basta la giustizia?”, sottolinea che “in nome di una presunta giustizia (ad esempio storica o di classe) talvolta si annienta il prossimo, lo si uccide, si priva della libertà, si spoglia degli elementari diritti umani. L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda, che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni”.

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