NON SI COSTRUISCE LA PACE FORNENDO ARMI

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

NON SI COSTRUISCE LA PACE FORNENDO ARMI
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La dura condanna del direttore di Avvenire Marco Tarquinio.

L'intervista di Barbara Sartori  - "Il Nuovo Giornale" Piacenza

“Dopo un anno di massacri, di distruzioni, di violenze inenarrabili - compresa la deportazione di bambini di cui ci siamo occupati nell’ultimo anno e che la Corte penale de L’Aja ha formalizzato emettendo un mandato d’arresto internazionale per il presidente della Federazione russa Putin - qualcuno ha ancora dubbi che non ci siano buoni motivi per far finire il prima possibile una guerra che era evitabile e che è - uso gli aggettivi di papa Francesco - assurda, insensata folle e sacrilega?”. Si infiamma, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, quando parla della Necessità della pace. Lui che, sin dall’inizio, non ha mai nascosto da un lato la ferma condanna dell’invasione russa e, dall’altro, la Necessità di una soluzione diplomatica, spingendosi fino alla provocatoria risposta di una resistenza non violenta, non ha paura di mettersi dalla parte della pace senza se e senza ma. Ben vengano, dice, tutte le iniziative per arrivarci, da qualunque parte provengano, Cina compresa. Lo Ribadirà a Piacenza, invitato - il 31 marzo - all’incontro della rete locale di “Europe for Peace”, un mosaico di Realtà, laiche e cattoliche, animatrici in Città di varie iniziative per la pace che, partendo Dall’ucraina, allargano l’appello al cessate il fuoco negli altri Stati lacerati da guerre che non fanno notizia.

- Direttore, quando parla di una guerra evitabile, intende dire che abbiamo chiuso gli occhi nel 2014 di fronte all’invasione della Crimea? O c’è dell’altro?

Abbiamo chiuso gli occhi di fronte alla politica di Putin, quando ci faceva comodo. Cioè quando eravamo impegnati nella guerra con altri ed abbiamo ritenuto, per esempio, che le materie prime provenienti dal territorio russo - petrolio e gas - fossero preferibili di gran lungo a quelle originate dal mondo arabo, a prevalenza islamica. Abbiamo fatto affari anche di fronte all’evidenza di fatti inaccettabili e di una deriva, dentro quella democrazia fragile, nata dalla fine dell’Unione Sovietica, che si è trasformata in un’autocrazia. Ed era una guerra evitabile, se non avessimo costruito quel sistema di pressione sulla Russia che è stato l’allargamento progressivo della Nato.

La miope strategia dell’Occidente - Quale era l’alternativa, allora?

Dopo la caduta del Muro, bisognava creare una nuova organizzazione per la pace e la sicurezza in Europa, quella che era già stata indicata ad Helsinki e che andava sviluppata. Abbiamo scelto invece un’altra politica: quella del progressivo allargamento della Nato, stringendo intorno alla Russia un cerchio d’acciaio.

- Con quali conseguenze?

Che la Russia è tornata a considerare l’Europa una priorità della sua strategia di difesa-offesa. A quel punto si sono create le premesse per questa guerra, senza che noi considerassimo tutte le tappe precedenti, dalle guerre del Caucaso fino a ciò che accadde nel 2014, all’inizio della guerra in Ucraina, che dura da nove anni e nell’ultimo anno ha conosciuto una fase drammatica che non possiamo più far finta di ignorare. Ma migliaia di morti ci sono stati anche prima.

- Di fronte alla richiesta di pace, parrebbe scontata un’adesione compatta del mondo cattolico. Non è così. Un Paese aggredito si deve poter difendere quindi - si replica - perché non fornire armi?

Questo lo dicono alcuni. Io so che buona parte del mondo cattolico e una vasta parte del mondo laico - oltre ad una maggioranza significativa, che è arrivata a superare il 60%, dell’opinione pubblica italiana - è contraria all’invio delle armi e ad una condizione di co-belligeranza del nostro Paese. Sono i sondaggi più snobbati della storia del giornalismo - nella mia esperienza - dentro l’unanimismo bellico mediatico che ha caratterizzato tutto questo lungo anno e che ora però si comincia ad incrinare. Ma nella coscienza della gente posso dire - io che ho girato in lungo e in largo l’Italia che questo anelito di pace era già molto diffuso da prima. Ha fuso il popolo cattolico con tanti altri pezzi di cittadinanza che vengono da sensibilità e percorsi diversi.

- Una consonanza che apre strade di speranza?

È significativo che tutti costoro abbiano come punto di riferimento la parola del Papa e la sua predicazione. È qualcosa che dovrebbe rincuorarci. Questo non significa che nel mondo cattolico non ci siano ancora quelli che difendono la dottrina della “guerra giusta”, perfino di fronte all’escalation che vedrebbe, nel suo punto più alto, l’uso delle armi nucleari cosiddette tattiche. Che, lo ricordo, varrebbero come una bomba atomica di Hiroshima o Nagasaki, per dare la proporzione di ciò che oggi è considerato “tattico”... Io sono tra quanti dicono di no. Lo dico da giornalista, che per 43 anni e passa ha raccontato guerre in tutto il mondo e non ne ha vista finire una in maniera “giusta”, cioé con più pace, più libertà, meno persecuzioni. Soprattutto non ne ho vista finire una.

La “cura omeopatica” della guerra

- Nel senso che gli strascichi di una guerra vanno avanti anche dopo che le bombe hanno cessato di cadere?

Nel senso che oggi noi le guerre le accendiamo e poi le lasciamo continuare dentro i corpi delle società che ne sono travolte, dall’Iraq alla Siria, dallo Yemen al cuore dell’Africa. Il Papa nel suo recente viaggio apostolico ci ha fatto vedere quel che nessuno considera: in Congo si combattono 123 milizie e cinque eserciti da più di un quarto di secolo; oltre un milione di morti accertati e non fa una piega nessuno... Nessuno decide interventi. Nessuno agita il mondo. Nessuno a parte i cattolici, i missionari e quelli delle Ong che stanno sul campo accanto agli ultimi. Ce ne siamo accorti un pochino quando hanno ammazzato l’ambasciatore Attanasio, che lavorava con gli uomini e le donne delle Ong dentro una guerra permanente che avvelena il mondo. Il Papa continua a ripetercelo: la pace non si fa con le armi, con quella che io chiamo la “cura omeopatica” della guerra. La guerra si fermerà quando tutti decideremo che la guerra non si fa. Punto.

- Ma succederà mai? Non è un’utopia?

Per questo bisogna ridare forza alle Nazioni Unite. Noi siamo cittadini di uno Stato che ha deciso di non sottoscrivere il bando della bomba atomica, nonostante la Santa Sede sia stata la prima a firmare la ratifica di un atto votato da 123 nazioni del mondo. Le due basi atomiche nel nostro Paese così diventano obiettivo della Russia. Ma non è per paura che dobbiamo dire di no. Dobbiamo saper vedere dove ci porta questa escalation. E in Ucraina lo stiamo vedendo chiaramente dove porta.

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