Sopra ogni cosa. Il mio vangelo laico secondo Fabrizio De André nel testamento di un profeta (Andrea Gallo, Vauro Senesi)

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

WP_002475.jpgIl vangelo laico secondo De André, cosi viene chiamata l'opera di Fabrizio da parte di Andrea Gallo il prete di strada genovese.
Un libro che esprime l'amicizia fra i due personaggi definita da entrambi "angelicamente anarchica".
De Andrè è stata una figura che ha sempre fortemente impressionato don Gallo. Infatti un componimento di Fabrizio degli anni del Liceo era venuto sotto mano al prete di strada che che subito aveva intuito la grandezza di quel giovane studente.
Nel tema traspariva l’insofferenza nei confronti del potere e l’intolleranza per le istituzioni ingiuste attraverso parole colme di forza e di compassione.
Cosi racconta don Gallo, incominciò il contatto con Fabrizio che maturò in seguito nell'apprezzamento delle sue liriche definite come un vangelo laico.
Il rapporto crebbe passeggiando per le vie del ghetto di Genova, calpestando il selciato di quella Via del Campo che avrebbe ispirato molti dei capolavori del grande cantautore: Prinçesa, Crêuza de mä, Bocca di Rosa…
Una buona novella sacra e profana dove emergono le sublimi parole del più grande cantautore italiano del Novecento.

Il vangelo di Faber
Nel testo di Andrea Gallo vengono raccontati i lontani, gli esclusi. i reietti del pianeta. L’immaginario di De André era questo. 
Così si esprime Gallo:
"E come potevo io, prete di strada, non esserne coinvolto? 
Ricordo quel che Fabrizio disse una volta in un’intervista: 
«ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. 
La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane».
Le due direzioni che docilmente proponeva Fabrizio sono per me, da sempre, le vie del Vangelo. 
Il libro sacro dei dimenticati. 
La sua chitarra rappresenta, ancora oggi, la cetra di Davide e il flauto dei Salmi. 
Una dolce armonia che scuote e rende svegli, nel generale dormiveglia della cultura e della politica italiana."
Don Gallo esprime chiaramente che i testi di De Andrè sono stati come un vangelo laico per la sua vita. 
Fabrizio - dice il prete genovese - amava ripetermi ogni volta che mi incontrava: «caro Andrea, ti sono amico perché sei l’unico prete che non mi vuol mandare in paradiso per forza».

La mia Genova
"Con Faber ho accolto a braccia aperte la mia Genova. 
Quella dei carruggi, di via del Campo, del porto vecchio." 
Con queste parole don Gallo si sofferma anche sulla stupenda canzone Crêuza de mä. 
Crêuza o crosa, termine che in genovese indica una stradina collinare in salita delimitata da mura, spesso di due confinanti, e che porta in piccoli borghi, sia marinareschi che dell’immediato entroterra.
L’antico genovese, la lingua della Repubblica di Genova con la quale è stata costruita l’intelaiatura letterale di questo disco che Andrea Gallo definisce 
"uno dei più grandi dischi di musica mediterranea degli anni Ottanta".
E' per Gallo il condensato della sua vita ed anche "un esperanto dove le marginalità e le diversità si scambiano idiomi e tradizioni nella convinzione che nulla dell’altro è da buttar via."
Crêuza de mä, con le sue combinazioni fonetiche di parole provenienti dall’arabo, dal greco, dallo spagnolo, dal francese, è la prova vivente che l’alterità è un valore aggiunto.
Mirabili le parole del don sulla sua città:
"Genova, capitale del mare e dei migranti, dei viandanti e dei marinai.
Genova, capitale della frittura di pesciolini bianchi di Portofino e di pasticcio in agrodolce di lepre di tegole, dove le ragazze odorano di buono e puoi guardarle senza preservativo.
Genova capitale di un Mediterraneo che attraverso la primavera araba sembra aver trovato la chiave di volta per immaginare di nuovo il suo futuro, tra cooperazione, nuove libertà politiche e religiose, e un’economia che all’altalena della borsa preferisce il pane fatto in casa e le litanie laiche e civili dell’amore e della democrazia."
Il testo di questa canzone Crêuza de mä - racconta don Gallo - mi fece di nuovo innamorare della mia città come poche volte. 
"Provengo dal mare, lo conosco e mi ci adatto a ogni stagione della mia vita, ma questo bel Mediterraneo mi sbuffa in faccia le sue onde cariche di storie di uomini veri ogni giorno di buon maestrale. 
Pescatori e marinai, viaggiatori di mille leghe sotto i mari, immigrati e clandestini. Credo a un’Europa fatta da colori e tradizioni diverse. 
Credo in un’Europa plurale!"
Nel testo singolare è l'appello di Andrea Gallo sull'accoglienza e la società multirazziale.
"Lo dico senza peli sulla lingua a tutti i razzisti di ogni mondo e ogni latitudine: andate a riascoltare Crêuza de mä. 
Una canzone che parla in ogni nota dell’eterno viaggio che accomuna tutta l’umanità. 
E oggi, che siamo più abituati a sentire lingue diverse nelle nostre città multiculturali, provate a capire, senza l’aiuto di nessun dizionario antico, cosa canta De André in un dialetto, meglio, in una lingua, che sul momento appare incomprensibile, ma che poi vi farà sentire a casa. non vi sentite a casa vostra ascoltando Crêuza de mä?
C’è la vita di tutti i giorni. 
Ci sono le carezze, i baci, persino i tradimenti. Insieme all’esaltazione del luogo principe dell’animus mediterraneo: la cucina. 
Con i suoi intingoli, le ricette, gli odori e sapori, le mani impastate con la farina e l’olio dei migliori ulivi a picco sul mare. 
Non ha forse detto il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, che fare da mangiare è come dire all’ospite atteso, semplicemente «ti amo, ti voglio bene»? Anche la Comunità di San Benedetto ha nella cucina il suo centro d’elezione. 
Lì facciamo festa, lì, in cucina, la domenica prepariamo il pranzo per chi vuole mangiare con noi. 
Non chiediamo le generalità degli ospiti. 
Sono tutti attesi e benvenuti. 
Qualche volta non ne conosciamo
nemmeno i volti. 
Qualcuno mi ha visto per strada, in giro per i corridoi stretti della vita che non fa sconti, e torna al desco con noi.
Si può essere fratelli con poche cose a disposizione e con l’ottimismo della speranza."

2184336855_61bfac9be5.jpgLa poesia di De Andrè
Emblematica e sintesi della grande vena poetica di Fabrizio è la celeberrima "Via del campo" che completa il racconto della città di Genova a cui don Gallo fa riferimento nel suo libro.
Stupenda la frase finale di questo componimento:
"dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fiori"
Con questa frase, una perla della musica d'autore, si chiude uno tra i brani più rappresentativi di Fabrizio De Andrè. 
I diamanti sono il simbolo della società borghese, perbenista, conservatrice. 
Da loro non potrà nascere mai nulla. 
I fiori invece rappresentano il germoglio di una vita nuova e solo chi ha conosciuto la miseria e la sofferenza della vita saprà costruire qualcosa di migliore.
"Via del campo" si può definire una preghiera verso la religione dell'umanità, una poesia contro l'ipocrisia che ci circonda. 
De Andrè ne ha scritte molte di canzoni pregne di significato. 
Ma "Via del campo" è un caso particolare: sa unire sensibilità, poesia e semplicità, come poche altre canzoni sono riuscite.

"Sopra ogni cosa" è dunque un testo che si può definire un percorso commovente e pieno di umanità, per Andrea Gallo è la sua Buona Novella laica che scandalizza i benpensanti e fa eco alle parole dell'uomo di Nazareth.
Il prete della comunità di San Benedetto al porto afferma, nel libro, che certamente queste riflessioni affascineranno il mio amico Fabrizio.
Un tributo dunque al cantautore genovese da parte di un altro grande concittadino che ha lasciato una notevole testimonianza di vicinanza agli ultimi e agli emarginati.

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