Primo Mazzolari: biografia e documenti - C. Bellò

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

Mazzolari_Primo-sorriso-copia-1.jpgPrimo Mazzolari - Biografia e documenti, è un’opera imprescindibile per conoscere in maniera profonda il prete scrittore cremonese.
L’autore Carlo Bellò, storico e prete della medesima estrazione topografica e spirituale di Mazzolari, ha saputo tratteggiare molto bene la figura del grande profeta della bassa padana.
Carlo Bellò affresca l’itinerario di vita di Mazzolari, infatti, con grande lealtà facendone emergere il suo temperamento, la sua sensibilità e gli aspetti più reconditi del suo carattere, esprime una narrazione carica di forza interiore e piena di illuminazioni.
Voglio soffermarmi in modo particolare sull’ultima parte della biografia dove viene messa in evidenza l’ottusità della chiesa del tempo rigida nel diritto canonico, schierata in una apologetica fuori dalla storia. 
Infatti il Concilio Vaticano Secondo, arrivato a pochi anni dalla morte di Mazzolari, andrà a confermare l’autenticità del parroco di Bozzolo facendo emergere il suo spirito profetico.
Nell’ultima parte della sua vita Mazzolari deve subire i richiami dell’autorità ecclesiastica, in tutto ben undici, che lo limitano molto nella sua libertà di espressione e di comunicazione,
A Carlo Bellò, nel delineare il momento di amarezza di Mazzolari, viene in mente la figura del Vescovo Bonomelli, grande innovatore, padre spirituale del prete cremonese che sull’opuscolo anonimo, condannato all’Indice e sottoposto al giudizio del pontefice, cui egli si sottomise davanti al suo popolo, scrisse di suo pugno: 
“Io sono l’autore di questo opuscolo condannato all’Indice. Mi sono sottomesso, ma non ho ritrattato nulla perché quello che dissi è la Verità e la Verità è superiore al Papa.” 
Bellò continua poi nel suo racconto facendo emergere “la condizione di solitudine umana e fraterna, che trovò intorno a sé, nella «chiesa che presiede alla carità»: una solitudine aggravata dalla sua tremenda inclinazione alla malinconia e dall’ottusa mentalità clericale, che occupa i presbiteri meno pronti a schiudere l’anima.”
Nell’anfiteatro ecclesiastico locale Mazzolari non godette molti riconoscimenti, tanto meno il plauso. 
L’autore sottolinea come don Primo accettava l’isolamento con senso d’ilarità dicendo che la chiesa è un esercito dove i generali stanno al posto dei soldati e i soldati al posto dei generali, prescindendo dal suo segnare il passo tra le umiliate fanterie della chiesa.

Il documento della sua amarezza
Bellò profondo conoscitore e amico di Mazzolari afferma di essere testimone delle sue stesse parole, testimone poi dello stato d’animo di don Primo e anche dei suoi sfoghi, in cui travolgeva persone e cose in un’unica ondata d’inquietudine. Bellò conferma che nelle confidenze del Parroco di Bozzolo però trasaliva sempre la passione per la chiesa, di cui la sua storia fu una partecipazione sofferta. 

“Possiamo dire con sicurezza di aver spesso ascoltato il lamento di un ferito, ma non il grido di un ribelle”. 
Negli anni difficili, gli ultimi della sua vita, l’incomprensione della Chiesa dell’apparato avanza in maniera autoritaria guidata da atteggiamenti che saranno sconfessati dall’immediato futuro. 
Lo stato d’animo di Mazzolari viene ben tratteggiato da un suo stesso scritto, uno dei documenti, destinati alla riservatezza, di un carteggio delicato, pubblicato appena dopo la morte del vescovo di Cremona Danio Bolognini. E’ un testo, a mio avviso di grande intensità, che si può definire il documento della sua amarezza:
Cremona mi pesa, soprattutto dopo che mi giunsero, riferiti da persone varie e da fonti diverse, alcuni giudizi del Vescovo, che credo di non meritare, poiché fino ad essere il disonore della Diocesi non penso esserci arrivato. So di avere sbagliato tante volte e di avere la testa e il cuore che ho, poco combaciabili con il pensare e il sentire di molti: so di non saperli contenere perché il bene che porto alla Chiesa e alle anime me lo proibiscono. 
E dopo? Non ho soldi, non ho riconoscimenti, sto per chiudere con una stanchezza enorme una povera vita, dove l’obbedienza e il silenzio hanno accompagnato l’offerta quotidiana... 
Forse perché ho scritto ai Vescovi una lettera, che centinaia e centinaia di sacerdoti sottoscriverebbero volentieri ricordando una condizione di pena materiale e morale del mondo contadino? E a chi dovevo rivolgermi? 
E se ho fatto male, se ‘ai Vescovi non spetta questa paterna vigilanza’ perché non me lo dice e non me lo scrive? L’ho visto a Piadena una settimana fa: niente. 
A me rincresce questa sua inconcepibile insensibilità pastorale, che i risultati elettorali delle campagne avrebbero dovuto spaccargli. 
Chi sono i lontani? e poi faranno l’accademia a Milano, con tutti i Vescovi lombardi, quando 25 anni fa un mio opuscolo sui lontani fu ritirato perché anche la parola lontani suonava male! 
Da qui... volevo scrivere al Vescovo, ma ho paura della mia penna. 
Quasi non so perché ho cominciato con te un discorso così amichevole. Perdonami. 
Talvolta il cuore non regge allo spettacolo di una povera diocesi come la nostra, che va dove va, ‘barca senza timone — gregge senza pastore’. 
Ci strapazzasse tutti da mattina a sera, gridasse almeno... Ma questo parlare senza dignità, che diviene un pettegolezzo disumano, che fa comodo ai furbi, è una tristezza insopportabile... 
Sono beato quando penso alla fine vicina! Anche questa è una grazia che prepara il distacco. 
Non rileggo: tu, dopo aver letto, brucia il mio sfogo e prega il Signore che mi conceda di passare in pace all’altra riva [...]”

349.pngL’incontro con Giovanni XXIII
Al termine della sua vita Mazzolari ebbe però l’incontro più significativo che darà sostegno al suo lavoro.
Il 2 febbraio 1959 infatti Mazzolari scese a Roma. 
Dopo qualche perplessità, come se qualcuno avesse inteso impedire l’udienza, le difficoltà si spianarono ed ebbe la consolazione di trattenersi insieme con altri, con Papa Giovanni. 
Fu un incontro di affabilità, che portò grande sollievo per il suo animo affranto. 
In questa dimensione confidò del suo incontro col capo della chiesa: 
“Ho visto il Papa e ne sono venuto via consolato dimenticando le birbonate prelatizie cremonesi, mantovane, milanesi. 
Egli è un punto provvidenziale. Ti dirò a voce appena dovrò capitare a Cremona, dove non ci verrei mai, tanta è la tentazione di gridare contro qualcuno che ne combina ogni giorno . 
Questa fu, secondo Bellò, l’ultima sua “spiaggia di refrigerio” prima della morte presentita. 
Nella riflessione sull’imminente Concilio della rivista Adesso, di quell’anno, Bellò riconosce la mano di Mazzolari:
‘La casa è aperta’ auspica: «c’è un posto per tutti nel concilio ecumenico, perché c’è posto per tutti nella Chiesa». 
Il tema dell’ostinata attesa, che il Padre sostiene per il prodigo, riporta questa voce estrema alla prima uscita della più bella avventura. E così dice anche: «Entra, perché sei uomo e non appartieni tutto a Cesare» per indicare il cuore della povera santa chiesa che salva, non il potere della chiesa che aduna.

Precursore dei tempi
Colpito d’apoplessia alla balaustra della chiesa parrocchiale di Bozzolo, all’inizio della omelia della domenica in Albis, fu trasferito nella Casa di Cura S. Camillo a Cremona, dove spirò alcuni giorni dopo, il 12 aprile 1959, senza riprendere conoscenza. 
I funerali furono imponenti per il numero e la qualità dei partecipanti, così che, secondo Bellò, possono considerarsi il primo omaggio italiano a Mazzolari. 
Si rilevò, fra la commossa partecipazione generale, un certo imbarazzo delle autorità ecclesiastiche, specialmente del vescovo locale. Si formò, poco dopo, un gruppo di Bozzolo, costituito da amici di lui, che si definì comitato esecutivo per le onoranze a don Primo Mazzolari, per curare la riedizione delle opere e per promuoverne la memoria con incontri e conferenze. 
Anche la casa editrice ‘La Locusta’ pubblicò nel giro di un anno circa dopo la morte alcuni scritti postumi di Mazzolari. 
Il S.Uffizio intervenne il 23 luglio 1960 perché il Vescovo di Cremona facesse opera di persuasione a impedire la ristampa del libro “La più bella avventura”, sui quale era già stato comunicato il provvedimento «di non fare nuove edizioni». 
Ma “La più bella avventura” venne pubblicata nel 1960 e così via altri libri, opere inedite, raccolte di articoli e opuscoli, specialmente dagli editori Vittorio Gatti e Rienzo Colla. 
Anche la rivista Adesso continuò le pubblicazioni.
Il messaggio di Mazzolari si è così sempre più, dopo la sua morte, amplificato e diffuso
Per Bellò si tratta della figura di un cristiano senza paura e di un prete senza macchia che produce profondo fascino sulle coscienze. 
350-copia-1.pngCarlo Bellò ha voluto scrivere il saggio per questo: “non per porre una pietra tombale, ma per ridonarlo a una comunità di credenti da cui fu, per ragioni strane e diverse, in qualche cosa e in qualche momento quasi escluso”. 
Infatti la figura di Mazzolari non sopporta la insincerità; perché la trasparenza fu la causa di tante sue avventure evitabili. 
Le sue opinioni per Bellò “si trasferivano facilmente su spazi di confine: una attesa di giustizia, la speranza nella rivoluzione cristiana, la cospirazione, una sicurezza di evoluzioni rapide costituivano un disegno di trasformazione sociale; una chiesa ospitale, pronta all’abbraccio coi lontani, una parrocchia dominata dal sacerdote completo, una autorità che si colloca ad autentico servizio dei poveri facevano parte di una speranza invocata. Né l’uno né l’altro desiderio trovarono riscontro, come del resto in ogni epoca della storia, nella realtà.”
E’ stato dunque un istintivo provocatore di coscienze. 
Il problema del rapporto fra l’uomo e la storia del suo tempo, la politicizzazione religiosa della cristianità italiana, non poteva dunque essere facile. 
Fu un separatista collocato in epoca concordataria, un rivoluzionario posto in un momento di evoluzione discontinua; un postconciliare vissuto trent’anni prima, sul versante della preconciliarità. 
Ciò spiega, per Bellò, la sua fortuna e la sua sfortuna: “la fortuna nell’aprire orizzonti alle coscienze più avvertite sui problemi gravi, la pace, la giustizia, la persona, lo stato, il cristiano contemporaneo; sfortuna nei confronti delle componenti conservatrici, fra le quali di solito si chiude il senso di responsabilità ai vertici, e dei filoni di pigrizia popolare, vagoni che avanzano sulle ruote al ritmo della locomotiva traente”. 
La vicenda delle denunce e degli interventi delle autorità ecclesiastiche fu un momento triste della sua vita per l’autore si trattarono di episodi tali da stringere il cuore: 
“si possono comprendere le ragioni delle cautele sulla intemperante prosa di lui e sugli atteggiamenti sociali; ma non si possono del tutto avvertire i motivi di una durezza punitiva, di provvedimenti umilianti, di limitazioni nell’esercizio del ministero sacerdotale”. 
Per Carlo Bellò Mazzolari è stato prete di grande autenticità; il suo messaggio si è estrinsecato in predicazione e vita; la mediazione tra fede e realtà contemporanee avvenne per lui e per molti mediante la ‘persona’, punto di convergenza del Vangelo e punto di partenza per la missione. 
Fu dunque un uomo di fede vivente fra realtà e contemplazione: così che il suo messaggio, nella più alta espressione, contiene momenti che valicano la storia e la cultura, per vocazione alla profezia. 
Una parola che ancora oggi, a mio parere, scuote la mente e i cuori, un testimone che ha pagato di persona la sua testimonianza per una chiesa più aperta al mondo.

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