Non uccidere la speranza - Franco Fusetti

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

speranza.jpgUn libro che ho rispolverato dalla mia libreria e mi ha dato molti spunti di riflessione. Si tratta di rapide annotazioni, di sottolineature interessanti proposte da un uomo di speranza.
L’autore Franco Fusetti, teologo milanese scomparso nel 2000, attraverso questo agile volumetto diventato un po’ il suo testamento, propone anche osservazioni scomode per scuotere le contraddizioni di tanto perbenismo dilagante e di un cristianesimo scialbo e rassegnato.

 

Luce dal dolore
Nel suo testo, l’autore ricorda una poesia di Marcella Roboni, una persona coinvolta pesantemente nella sofferenza fisica, che scriveva queste parole:
“A che ti serve la strada
se non t’accorgi
di chi ti cammina accanto?
A che ti serve il sole
se non sai
apprezzare la sua luce?
A che ti serve la gioia
se non vuoi dividerla con altri?
A che ti serve il coraggio
se non vuoi
stringere i denti per lottare?
A che ti serve il sorriso
se non vuoi
usarlo per cancellare il pianto?
A che ti serve la vita
se non sai
capire quanto valga?
A che ti serve l’amore
se vuoi soltanto riceverne?”.
Sono espressioni che, nascendo in un contesto di sofferenza, acquistano più forza e sono di stimolo a una riflessione, a una verifica, a un impegno più costruttivo nel campo delle disponibilità. Parole che mi hanno riportato alla menti dei volti stanchi, sfiduciati con poca voglia di vivere impressi nelle persone di una comunità di malati di Aids che ho visitato in questi giorni.
La speranza si spegne sui volti ormai distrutti dalla fatica di esistere …
Però anche da queste situazioni così difficile può rinascere qualcosa, ho incontrato infatti qualcuno che, nonostante la malattia, vuole ricominciare a pensare al futuro.
Si può ancora sorridere per cancellare il pianto, altrimenti chiudersi nel buio delle nostre disillusioni ci porta soltanto verso il baratro. Mi sovviene in questo momento che sto scrivendo anche la terribile notizia della morte di Whitney Houston, stroncata dalla depressione, dall’ansia e proprio dalla disperazione.
Cadere in questo tunnel è un cammino veramente devastante …
L’invito di questo libro è proprio di quello di non lasciarsi sconfiggere da questi pensieri di annullamento, di disfatta, di autodistruzione …

Un grido di speranza
Nelle sue annotazioni, Fusetti, ricorda un breve scritto di un ragazzo di quindici anni, contenuto in una raccolta di testimonianze giovanili.
“Una delle violenze quotidiane è uccidere la speranza. Aveva ragione quella vecchia dell’ospedale psichiatrico a scrivere così: a me hanno cominciato a dire che sarei diventata una poco di buono fin da ragazza, e lo sono diventata davvero!”
Difendere la speranza un compito affidato a tutta l’umanità, è un grido sofferto che vuole capovolgere tante situazioni che sembrano già fissate in partenza, tanti pregiudizi che impediscono di volare in alto …
Non uccidere la speranza né in noi né negli altri, specie nelle nuove generazioni.
L’autore parla dei giovani che, dopo aver studiato, si trovano senza occupazione e si colgono nelle loro parole sentimenti di frustrazione, di sfiducia e di amarezza A questo proposito vorrei soffermarmi su una lettera inviata da una lettrice di Repubblica che si firma Martabcn, a Roberto Saviano. “Caro Roberto. Le tue parole sono come sempre bellissime; ma questa volta, ahimé, sterili. Ho 26 anni, due lauree e tanta voglia di fare. Sono arrabbiata, stufa, sconfortata. Non ho più ragione di credere che con “le buone” si ottenga qualcosa, non a questi livelli. Un anno fa mi sarei indignata per Roma, oggi no, oggi sono felice. Perché è vero che la violenza è uno schifo, ma è l’ultima risorsa di chi è disperato. Uso questo termine non a caso: disperato è colui senza speranza. E io sono così. Io non ho futuro: ho 26 anni e non ne ho già più uno. Non potrò mai comprarmi una casa perché non farò mai un lavoro che mi permetta di accendere un mutuo, i miei genitori non possono aiutarmi economicamente e non so nemmeno se potrò mai comprarmi una macchina nuova. Se avrò dei figli non riuscirò a pagare le tasse per mandarli all’università, e quando sarò vecchia non avrò pensione. Non ho più niente da perdere e come me tantissimi, troppi altri.” Questa lettera è stata commentata in maniera saggia da Jacopo Fo sul Fatto Quotidiano.
Infatti sottolinea che indiscutibilmente in queste parole ci sono alcune verità: i giovani si vedono depredati del loro futuro e questo spinge a una ribellione distruttiva.
Però Fo sottolinea che non bisogna spegnere la speranza.
“Come fa una persona giovane, che ha due gambe, due braccia e due lauree, un cellulare, un computer e un tetto sulla testa, a dire che non ha futuro?
Il futuro se lo stanno costruendo perfino i più poveri del pianeta, creando cooperative e autoimprese…
100 milioni di donne che vivevano in condizioni miserabili hanno ottenuto un prestito dal microcredito e hanno cambiato vita basandosi soltanto sul loro cervello e le loro capacità.
La società industriale globale sta facendo saltare il mercato del lavoro così come lo conoscevamo.
E disgraziatamente non c’è modo di fermare questo processo.
Possiamo pretendere degli ammortizzatori sociali veri in questa fase di transizione, ma non possiamo fermare l’economia mondiale anche se sarebbe bello poterlo fare.
Ma d’altra parte questo processo storico coincide con l’aprirsi di enormi possibilità di creare un lavoro appassionante sul web.
Lo sviluppo impetuoso dei social network, dei gruppi di acquisto, delle comunità in rete, offre oggi a giovani, con due lauree, possibilità di lavorare in settori che oltretutto hanno un grande impatto positivo sulla vita delle persone.
Come si fa oggi a dire “non ho futuro” mentre il futuro stesso sta cambiando alla velocità della luce?
Un giovane oggi ha un milione di volte le possibilità di comunicare (e fare impresa) rispetto a 20 anni fa.
Ti bastano un’idea, un pc, una telecamera da 100 euro e un amico per arrivare a migliaia di persone.
Un settore dove, tra l’altro, c’è una fame continua di giovani capaci di aggiornarsi. In questo momento sono già alcuni milioni i giovani che lavorano in internet o per internet.”
Jacopo Fo, sul il Fatto Quotidiano, continua con speranza: “Io ci credo nel futuro migliore. L’ho visto ascoltando le storie dei ragazzi di Bucarest che vivevano nei cunicoli sotterranei e insieme a Miloud sono diventati clown e giocolieri, e le storie dei Ragazzi di Scampia che sono diventati atleti o chef.
Ce la fa la gente che parte veramente svantaggiata, ce la possono anche fare quelli con due lauree.
Ho speranza.”

Considerazioni finali
Il testo, di Fusetti, quindi mi ha ancora una volta fatto comprendere come bisogna camminare insieme per un futuro migliore.
Il cammino di unità viene ripreso dal libro che incoraggia un discorso cristiano di speranza, invitando tutte chiese a unire le forze per dare una testimonianza e una proposta incisiva di fede, che non vanifichi il distintivo del cristiano, che è l’amore vicendevole. Una speranza che si fonda sulle parole di Madre Teresa di Calcutta , citate nel libro, che diventano il riassunto più efficace di queste considerazioni:
“Signore, quando ho fame, dammi qualcuno che ha bisogno di cibo,
quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante,
fammi condividere la croce di un altro; quando non ho tempo,
dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento;
quando sono umiliato, fa che io abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare; quando ho bisogno della comprensione degli altri,
dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di me,
mandami qualcuno di cui occuparmi; quando penso solo a me stesso, attira la mia attenzione su un’altra persona. Rendici degni, Signore, di servire i nostri fratelli
Che in tutto il mondo vivono e muoiono poveri ed affamati.
Dà loro oggi, usando le nostre mani, il loro pane quotidiano,
e dà loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia.”

 

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