Giorgio Gaber

Pubblicato il da ricarolricecitocororo

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Ricordo una performance di Gaber, di una quindicina di anni fa, al Teatro Ponchielli di Cremona, un impatto coinvolgente con il pubblico con cui scherzava e dialogava, un grande attore e cantante nello steso tempo, un uomo da palcoscenico, con la sua caratteristica ironia e pungente sarcasmo. Un personaggio che mi ha sempre interessato per le sue denuncie e il suo impegno verso la società.

Possiedo questo disco "La mia generazione ha perso", e, mi capita, ascoltandolo di constatare e apprezzare la testimonianza di vita che emerge dalle sue canzoni. 
Gaber non concede nulla alla futilità, è, la sua, una storia vera, realista, di un uomo che va subito al nocciolo della questione. 
Ha valorizzato la forza e il radicalismo di una generazione che ha osato sfidare i poteri costituiti e scontrarsi con essi non solo nelle famiglie, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, nelle caserme e nelle piazze: 
«La mia generazione ha visto 
le strade, le piazze gremite 
di gente appassionata 
sicura di ridare un senso alla propria vita... 
La mia generazione ha visto 
migliaia di ragazzi pronti a tutto 
che stavano cercando... 
di cambiare il mondo 
possiamo raccontarlo ai figli 
senza alcun rimorso...». 
Inoltre afferma, sempre in questo album, tristemente, la disillusione, la caduta, di un ideale di forza sociale quale era il comunismo di quegli anni: 
«Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica, eccetera eccetera eccetera. 
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista. 
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia. 
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro. 
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana. 
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. 
... Perché sentiva la necessità di una morale diversa. 
Perché era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita».

Rispondendo a una domanda di un giornalista riguardo a questo disco, mi piace riprendere le parole dirette di Gaber: 
"E' stato certamente giusto lottare per una consapevolezza nuova, ma poco alla volta ci siamo accorti che qualcosa si rompeva, che il nostro era sempre più uno «sviluppo senza progresso», come avvertì Pasolini. L'individuo è ormai travolto dal mercato e dal consumo, non abbiamo saputo dare un senso al superfluo. Ci siamo allontanati da chi lo subiva lasciando che corrompesse il popolo. Il difficile dopoguerra dei nostri genitori ci aveva messo davanti un mondo in cui avanzare verso il meglio; noi invece lasceremo ai nostri figli solo incertezza sul futuro." 
Inoltre, sempre in questa intervista, Gaber dà un giudizio sull'attuale stato di salute della famiglia: 
"Siamo arrivati al libero mercato dell'amore, a questa specie di scambio che somiglia a quello degli oggetti, delle merci. C'è questa specie di grande vitalità in funzione di una parola, amore, che andrebbe discussa, capita bene, non confusa con un gioco. Ecco, questo giocare con l'amore mi pare riveli una superficialità. Diciamo che ci vogliamo tutti bene, ma dove? Non è vero, non ci vogliamo tutti bene. Ognuno fa il suo gioco, ognuno usa i figli, usa la coppia, usa quell'altro, e allora alla fine questa parola bisognerebbe avere pudore ad usarla, bisognerebbe parlarne poco, non nominarlo tanto, l'amore: come non nominare il nome di Dio invano. Sono cose importanti, cose decisive per la nostra esistenza".

Gaber scompare il giorno 1 gennaio del 2003, all'età di 63 anni, stroncato da una lunga malattia nella sua villa di Montemagno a Versilia, dove si era recato per trascorrere il Natale accanto alla moglie Ombretta e alla figlia Dalia.

Lo voglio ricordare come un grande autore del nostro tempo, uomo discreto, appartato, ma sempre gioviale. 
Col Sessantotto si sentì di appartenere a una "razza", così come lui la chiamava, che aveva scommesso sul futuro, sicura che non avrebbe mai fatto gli errori dei padri. 
Una generazione che invece si trascinò in molte contraddizioni e Gaber, a mio parere, la incalzò, canzone dopo canzone, monologo dopo monologo, spettacolo dopo spettacolo. Ebbe con questa "razza" un furioso amore-odio e, alla fine, si accorse che non esisteva più, che si, era consumata tutta. Fu un dolore grande, una ferita non rimarginabile, ma se ne accorsero in pochi. 
Quel dolore fu scambiato, a torto, per irredimibile pessimismo. Direi che, invece, era uno sguardo amaro sul mondo, ma sempre accompagnato dalla speranza che da qualche parte si potesse ricominciare.

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