Dopo il comunismo. Contributi all'interpretazione della storia del XX secolo (Ernst Nolte)

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

Ernst Nolte in questo saggio, con i suoi inquietanti interrogativi sullo sterminio di classe dei bolscevichi e anche sul genocidio nazista, offre spunti di riflessione interessanti suscitando emozioni e polemiche. L’introduzione mi sembra, riassuma bene lo spirito del libro dove appare la teoria del comunismo che è convnita dell’uso della violenza, infatti solo facendo perire chi si oppone, si può cambiare la società e renderla paritaria. Il processo storico di parità di classi è fondato, secondo il comunismo, su questo principio di giustizia che si affida alla forza.
“Se cadono, cadono per la causa migliore che ci sia, se ammazzano, si differenziano da tutti i soldati, giudici e carnefici esistiti prima, perché il loro scopo è di porre fino una vota per tutte all’omicidio e alla violenza. I loro nemici sono cattivi perché approvano la perpetuazione del male, e perciò l’odio contro costoro è in realtà amore per l’umanità”. E’ proprio qui il pensiero perverso del comunismo che si è ripetuto nella storia: voler imporre un sistema con la violenza, pensare che questa azione di soppressione delle persone è in realtà amore per l’umanità …L’autore usa l’espressione di Bertolt Brecht di “dramma didattico”.
Nella sua opera teatrale “Misura” di Brecht, infatti i quattro attivisti inviati in missione in Cina ammazzano il “giovane compagno”, che rischia di far fallire l’azione perché si lascia sopraffare dalla “compassione” e disdegna i “bassi mezzi” che devono essere impiegati per eliminare tutte le bassezze dal mondo. Il compagno fa dunque la cosa sbagliata malgrado volesse fare quella giusta. Alla fine però si dichiara d’accordo con la saggezza del partito, che ha “mille occhi” ed è rappresentato dagli attivisti, e pone fine alla propria vita perché capisce che al partito “non è ancora concesso di non uccidere”, dato che “questo mondo morente” si può cambiare solo con la violenza. Il libro sottolinea inoltre la buona fede del proletariato internazionale, nato dalla rivoluzione industriale, che ha creduto in questa speranza che si è rivelata poi illusione. Trockij stabilì, non senza di un pizzico di rincrescimento umanitario, che la rivoluzione doveva usare i “metodi della chirurgia più atroce”; Lenin ordinò lo sterminio di milioni di nemici e “parassiti”; Stalin affermò poco più tardi, senza alcuna emozione, che in Unione Sovietica erano stati “eliminati” i proprietari terrieri, i capitalisti, i commercianti e i Kulaki, forte della “sua nuova morale” che lottava contro il ”male” e realizzava perciò la volontà della storia. La storia recente ci ha presentato il fallimento di questa ideologia, che ha caratterizzato buona parte del XX secolo diventando la sfida più potente e determinante di tutta la tradizione storica in seno al sistema liberale. Interessante questa riflessione dell’autore:
“Mai come oggi avvertiamo l’ironia della storia: proprio quell’ideologia che aveva l’esorbitante pretesa di anticipare il futuro di tutta l’umanità, si è rivelata una fase del passato”. Un testo che ho trovato ricco di spunti, non solo tesi isolate, ma valutazioni, rafforzate da profonde considerazioni, che hanno l’ambizione di creare un nuovo modello di interpretazione della storia del nostro secolo.

 

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