Al di là dell'ultimo - Virgilio Melchiorre

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

Siamo di fronte ad un saggio filosofico che riflette di vita e di morte.
Si pone l'ambizioso intento di sviscerare il senso della morte.
L'autore si è interrogato partendo da una "ultimità", quella che appunto si dispone ai confini della vita e dai cui emerge, più che un problema, un insopprimibile mistero.

Virgilio Melchiorre 
Nato a Chieti nel 1931 è un filosofo e docente universitario italiano.
"Dopo essere stato ammesso al Collegio Augustinianum - secondo le notizie biografiche di Wikipedia - inizia a frequentare la Facoltà di Filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore, dove si laurea nel 1953.
Terminati gli studi, nel medesimo Ateneo ha iniziato la carriera accademica come assistente volontario di filosofia della storia, per poi insegnare filosofia morale presso la Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Venezia.
Richiamato alla Cattolica, ha ricoperto in qualità di professore ordinario la cattedra di filosofia morale, per poi insegnare filosofia teoretica. 
Dal 1967 al 1995 ha diretto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Cattolica la Scuola di specializzazione in Comunicazioni sociali.
Nel 2008 è stato nominato docente emerito presso l'Università Cattolica di Milano".


La domanda sulla morte
Questo interrogativo sul senso della morte è l'inizio stesso della filosofia.
La domanda che si sporge ai confini della vita - secondo l'autore - è la ricerca delle condizioni necessarie per il "disvelamento del senso".
Questo studio porta a far comprendere che, prima ancora di tentare una risposta sulla cosa stessa, bisogna indugiare nello sforzo di chiarire se e quali siano i modi che rendano possibile una cognizione o, almeno, una precognizione della morte.
In questa direzione - a parere di Melchiorre - diventa decisiva l'esperienza della morte di una persona cara.
Gli interrogativi portano tutto al bivio di decidere "fra disperazione e speranza, fra nichilismo destinale e affidamento operoso che la memoria metafisica può custodire".
Citando Beauchamp, l'autore fa sua questa affermazione: "la morte fa parlare, ma non parla".
La vicenda della croce di Gesù Cristo riesce a dare un contributo di spiegazione al mistero della morte.
La precomprensione antropologica sottesa alla vicenda della croce, per l'autore, e la stessa profondità dell'esperienza tramandata, ci richiamano ad un confronto di non poco conto".
Il filosofo Melchiorre sottolinea come la "potenza del negativo" che emerge dalla croce potrebbe dischiudere all'uomo la via del coraggio che sta all'altezza dell'esistere.
È da qui che può risaltare la possibile speranza che sostiene il soggiorno della vita.

L'uomo padrone di sé stesso
L'uomo contemporaneo ha ritrovato sempre più in sé stesso l'ampiezza senza misura del proprio potere.
Divenuto “signore del mondo” grazie agli strumenti della tecnica, deve tuttavia constatare l'illusorietà della pretesa di farsi “signore dell'essere”, padrone della propria origine e del proprio destino. 
Sintomo evidente di questa dolorosa quanto ineliminabile contraddizione è la rimozione operata nei confronti della morte, il silenzio rivolto alla frontiera ultima, dove angosciosa compare l'ombra del nulla. 
Eppure la domanda che nasce dalla prospettiva della fine resta ineludibile. 
Essa sta all'inizio non solo del pensiero filosofico, ma di ogni riflessione che rifugga la casualità di un'esistenza ripiegata su sé stessa per tentare la serietà della vita.

La struttura del testo
Da qui lo svolgersi dell'intensa meditazione di questo saggio che procede su più livelli: dalla chiacchiera quotidiana ai diversi filoni del pensiero contemporaneo, passando per l'esperienza cruciale e fondante della morte dell'altro che ci è caro, la quale, spezzando la possibilità di relazione, nega un aspetto della nostra identità e si fa anticipazione della nostra stessa morte. 
Così, anziché minaccioso e inesplorabile non-senso, che induce al silenzio e alla sospensione del giudizio, il mistero della fine si configura come momento di verità, spazio di significato, direzione e compimento.
Le tappe di questo cammino si attengono alla scuola del rigore filosofico, senza travalicare i limiti consentiti dalla ragione.
Ma si affida all'esperienza religiosa come quella di Giobbe che, proprio alle soglie dell'abisso, riconosce il volto dell'Altro, l'Eterno "che fa morire e fa vivere".
Lo stesso Giobbe, raffigurato in copertina del libro con le mani sollevate nella meraviglia dell'attesa, rivolge lo sguardo discreto al di là dell'ultimo respiro.
Un testo, a mio avviso, di profonda riflessione filosofica con dotte citazioni a partire da Socrate per arrivare a Pirandello e Camus.

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