Il piacere di vivere - Epicuro

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

EPICURO
Sono stato sempre anch’io stato condizionato da una visione riduttiva del pensiero di Epicuro, filosofo che nacque nell’isola di Samo nelle Sporadi meridionali attorno al 341 a.C.
Infatti nel sentire comune quando si pronuncia la parola “epicureo” si è rimandati subito alla definizione di gaudente, godereccio, dissoluto.
Invece, andando direttamente alla fonte e leggendo i suoi scritti, ho scoperto un’altra personalità e delle sue riflessioni interessanti.
La “scuola del Giardino” un circolo filosofico creato da Epicuro, il cui nome è dovuto alla sede delle discussioni, attigua alla casa del filosofo, aperto anche alle donne e agli schiavi, vide una poderosa attività di polemica nei confronti delle contemporanee scuole di pensiero di Socrate, Platone e Aristotele.
Ho potuto così notare che la visione morale di Epicuro spinge nel senso di una sorta di autoanalisi dell’individuo, alla ricerca di un piacere erroneamente considerato dagli altri filosofi come unicamente fisico.
In effetti le riflessioni sviluppate da Epicuro appaiono come una guida verso una disciplina dell’anima volta all’indagine della natura e dell’uomo, il cui vero scopo è la rigenerazione della psiche e il raggiungimento di una serenità profonda.
Uno stato d’animo lontano dalle contingenze e dai mali della vita, senza alcun timore della morte, nel segno del godimento profondo degli attimi quotidiani, affrontati con semplicità e frugalità. Nel testo preso in considerazione il Piacere di vivere, della serie i libri di una sera, un agile scritto da leggere proprio nello spazio di poco tempo, mi ha molto colpito la lettera a Meceneo.
Le considerazioni che emergono da questa missiva fanno cogliere chiaramente il pensiero di Epicuro.

LA MORTE
Riguardo alla fine dell’esistenza, pensiero che ha interrogato, da sempre, tutti i filosofi, Epicuro così si esprime:
“Dunque, la morte, il più terribile di tutti i mali, in realtà non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte e quando c’è lei noi non ci siamo più. Non è nulla, né per i vivi, né per i morti, dal momento che per gli uni non c’è e gli altri non esistono più. Eppure la maggior parte delle persone ora fugge la morte come il peggiore dei mali, ora la invoca come cessazione dei mali.
Il saggio, invece, non desidera né teme la morte.”
La filosofia è la via per liberarsi di questi affanni e di queste ansie: è uno strumento per raggiungere la felicità. 
Per questo, anche la ricerca scientifica ha un carattere limitato, parte infatti dal bisogno di liberarsi di tutto ciò che è motivo di inquietudine.
"Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e dalla morte - scrisse - e dal non conoscere i limiti del dolore e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura."

Parole che mostrano un certo disprezzo per la curiosità ed il desiderio della conoscenza in sé, come se tutto il bisogno di conoscere nascesse dalla paura dell'ignoto.
Questa massima esprime in modo chiarissimo il pensiero fondamentale di Epicuro circa scienza e filosofia. 
Il loro compito esclusivo è liberare gli uomini dalla superstizione, in primo luogo dal timore degli dei e del soprannaturale, poi dal timore della morte. 
"Gli dei non si occupano delle faccende umane”.
«Abìtuati a pensare che per noi uomini la morte è nulla - scriveva Epicuro - perché ogni bene e ogni male consiste nella sensazione, e la morte è assenza di sensazioni. 
Quindi il capir bene che la morte è niente per noi rende felice la vita mortale, non perché questo aggiunga infinito tempo alla vita, ma perché toglie il desiderio dell'immortalità. 
Infatti non c'è nulla da temere nella vita se si è veramente convinti che non c'è niente da temere nel non vivere più. 
Ed è sciocco anche temere la morte perché è doloroso attenderla, anche se poi non porta dolore. 
La morte infatti quando sarà presente non ci darà dolore, ed è quindi sciocco lasciare che la morte ci porti dolore mentre l'attendiamo. 
Quindi il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo più noi. La morte quindi è nulla, per i vivi come per i morti: perché per i vivi essa non c'è ancora, mentre per quanto riguarda i morti, sono essi stessi a non esserci. »

L DESIDERIO E LA PRUDENZA
Inoltre riguardo ai desideri , Epicuro propone dei pensieri simili alle religioni orientali:
“In ogni caso consideriamo un sommo bene l’indipendenza dai desideri, e non perché dobbiamo possedere necessariamente poco, ma perché se non abbiamo molto ci accontentiamo del poco.”
Da queste citazioni appare quindi che l'etica di Epicuro ha un carattere consolatorio-terapeutico e la sua intenzione è quella di insegnare una saggezza ed un'arte di vivere, più che una vera e propria filosofia.
Potremmo pensare che essa fu una risposta ad una sorta di domanda sociale, espressa dall'inquietudine, dall'angoscia e dalla stanchezza. 
Da sempre l’uomo è perseguitato da incertezze, dubbi e paure, quindi anche le moderne ansie e gli stress sono situazioni che si ripetono nel tempo.

Vediamo meglio in cosa consisteva la terapia dell'anima sostenuta da Epicuro, che si fonda anche sulla indipendenza dal desiderio.
«Per questo motivo noi diciamo che il piacere è il principio ed il fine di una vita felice. 
Noi sappiamo che esso è il bene primo, connaturato con noi stessi, e da esso prende l'avvio ogni nostra scelta e in base ad esso giudichiamo ogni bene, ponendo come norma le nostre affezioni. 
Ma proprio perché esso è il bene primo ed è a noi connaturato, noi non ci lasciamo attrarre da tutti i piaceri; al contrario, ne allontaniamo molti da noi quando da essi seguano dei fastidi più grandi del piacere stesso. 
Allo stesso modo consideriamo molti dolori preferibili ai piaceri quando la scelta di sopportare il dolore porta con sé come conseguenza dei piaceri maggiori. 
Tutti i piaceri quindi che per loro natura sono a noi congeniali sono certamente un bene; tuttavia non dobbiamo accettarli tutti. 
Allo stesso modo tutti i dolori sono un male, ma non dobbiamo cercare di sfuggire a tutti loro. 
Queste scelte vanno fatte in base al calcolo ed alla valutazione degli utili. 
Per esperienza sappiamo infatti che a volte il bene è per noi un male ed al contrario il male è un bene. 
Consideriamo un grande bene l'indipendenza dai desideri non perché sia necessario avere sempre soltanto poco, ma perché se non abbiamo molto sappiamo accontentarci del poco. 
Siamo profondamente convinti che gode dell'abbondanza con maggiore dolcezza chi meno ha bisogno di essa e che tutto ciò che la natura richiede lo si può ottenere facilmente, mentre ciò che è vano è difficile da ottenere. 
Infatti, in quanto entrambi eliminano il dolore della fame, un cibo frugale o un pasto sontuoso danno un piacere eguale, e pane e acqua danno il piacere più pieno quando saziano chi ha fame. 
L'abituarsi ai cibi semplici ed ai pasti frugali da un lato è un bene per la salute, dall'altro rende l'uomo attento alle autentiche esigenze della vita; e così quando di tanto in tanto ci capita di trovarci nell'abbondanza, sappiamo valutarla nel suo giusto valore e sappiamo essere forti nei confronti della fortuna. »

MASSIME DI EPICURO
Ecco alcune frasi che possono diventare anche consigli molto saggi desunte da questo libretto:

“L’essere beato e immortale non ha né procura a qualcun altro affanni.
Non è soggetto all’ira e neppure alla benevolenza; queste cose, infatti, sono tipiche di un essere debole.

La morte per noi non è nulla, perché ciò che è dissolto è insensibile e ciò che è insensibile non rappresenta niente per noi.

Il limite della grandezza nei piaceri sta nell’eliminazione di tutti i dolori. Dovunque è il piacere e per tutto il tempo in cui si protrae non c’è dolore fisico né spirituale né ambedue insieme.

Il dolore della carne non perdura ininterrottamente; la punta massima dura pochissimo e ciò che supera di poco il piacere della carne non dura molti giorni; anzi, le lunghe malattie danno alla carne più piacere che dolore.

Non è possibile essere felici se la nostra vita non è saggia, bella e giusta e neppure vivere una vita saggia, bella e giusta senza essere felici. Chi manca di ciò non riesce a vivere felice.

Nessun piacere è di per sé un male, ma i mezzi che procurano certi piaceri provocano molti più dispiaceri che gioie.

Se ogni piacere si condensasse in estensione e durata e interessasse tutto il nostro essere, o perlomeno le parti più importanti della nostra natura, i piaceri ci parrebbero alla fine tutti uguali.

La fortuna ha poca importanza per l’uomo sapiente, dal momento che la ragione ha già preordinato le cose più grandi e più importanti e così farà per tutto il corso della vita.

Se prima di agire non farai riferimento, in qualunque circostanza, al bene secondo natura ma, piuttosto, ti rivolgerai ad altro, qualunque scelta tu faccia, le tue azioni non saranno in accordo con le tue parole.

Fra quei desideri che, seppur non soddisfatti, non procurano dolore corporeo, quelli in cui è intensa la passione nascono da vacue opinioni e non sono difficili da dissipare di per sé, ma per le stolte credenze degli uomini.

Di tutti i beni che procura la saggezza in vista di una vita pienamente felice il più grande è l’amicizia.

La stessa convinzione che nessun male è eterno o durevole, ci assicura anche nel breve periodo della vita esiste la sicurezza dell’amicizia.

L’uomo giusto è sommamente tranquillo, quello ingiusto soffre, invece, di una grande inquietudine.”


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Voglio sottolineare quindi il grosso fraintendimento che spesso si avverte nei confronti della dottrina di Epicuro.
Epicureo è diventato infatti sinonimo di gaudente e di edonista, di persona frivola e superficiale, priva di spiritualità e totalmente disimpegnata socialmente e politicamente. 
Epicureo in molti casi equivale anche a materialista e spesso è stato usato in senso spregiativo.
Lui stesso così si esprime:
“Pertanto, quando si dice che il piacere è il bene, non ci si riferisce ai piaceri dei dissoluti o a quelli degli ingordi, come invece credono alcuni che non conoscono o che non condividono, oppure che male interpretano la mia dottrina; piuttosto significa non provare dolore fisico, né turbamento dell’anima.
Infatti, non sono le feste o i ricchi banchetti, e neppure il godersi fanciulli e donne, a permettere una vita felice, bensì il saggio calcolo che cerca le cause di ogni scelta e che scaccia le false opinioni da cui nasce il turbamento dell’anima.”
Quindi per Epicuro “Il principio e il sommo bene di tutte queste cose è la prudenza, la quale è anche più apprezzabile della filosofia, di qui discendono tutte le altre virtù. 
Essa insegna che non può esistere vita felice che non sia saggia, bella e giusta, né, d’altro canto, una vita che brilli di tali qualità non può non essere felice; le virtù sono infatti connaturate a una vita felice, la quale, a sua volta, è da queste inseparabile.”

Epicuro però disse davvero cose nuove sulla vita, parlò si del "piacere di esistere", ma riconoscendo ed affermando il valore della vita in sé, ovvero qualcosa che nella filosofia greca precedente non era apparso in modo del tutto chiaro.
Si tratta, a mio avviso, di un’analisi molto reale dell’umanità con i suoi limiti e i suoi interrogativi.
La filosofia di Epicuro è quindi una proposta e un orientamento per liberarsi di questi affanni e di queste ansie: è uno strumento per raggiungere la felicità.

Si può definirla come una saggezza e un’arte di vivere più che una vera e propria filosofia.

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