Aimé Duval: Il bambino che giocava con la luna

Pubblicato il da ricarolricecitocororo - il mio canto libero

Aimé Duval, gesuita francese che ha avuto grande successo come cantautore negli anni cinquanta e sessanta, in questo libro racconta la sua esperienza nel tunnel dell'alcool.

Le sue canzoni
Riascoltando le sue canzoni emerge una cosa semplicissima: Gesù Cristo non va cercato nei cieli, ma in terra (sembra quasi di sentir riecheggiare lo "Spiritual" di Fabrizio de André). Non va cercato in alto, ma nel basso di uno sconosciuto operaio tessile che ha lavorato per tutta la notte e che torna a casa all'alba coi vestiti sporchi. Un Cristo incarnato nella vita dei più umili. Le sue canzoni sono certamente religiose, ma permeate di una religiosità "dal basso", vicina alla gente, dentro la gente...

La sua vita
Era nato il 30 giugno 1918 a Val d'Ajol, nel dipartimento montano dei Vosgi. Novizio nel 1936, parte per la Siria; nel 1949 è ordinato sacerdote e dirige una corale, a Reims, dove insegna francese in un liceo. Scriveva canzoni da molto tempo, che cominciano ad essere note nel 1953; presto diventa una specie di fenomeno, raggiungendo una notorietà enorme in Francia e non solo. A Londra, ad un suo concerto assistono 18.000 spettatori. Tiene tournée in Sudamerica e in Europa. Registra il suo primo LP (allora si chiamavano "33 giri") nel 1956 e vende 45.000 copie in tre settimane; nel 1961 arriva al milione di dischi venduti. Nel 1965 è il primo sacerdote autorizzato a cantare oltre la "cortina di ferro", invitato a Varsavia dove si esibisce gratuitamente. Parlando del suo successo, dice: « Ho scritto le mie canzoni ispirandomi alla mia vita. Sono poca cosa davanti a Dio ma amo fortemente Gesù Cristo ed è accaduto proprio che le mie canzoni, scritte per “Monsieur Jésus-Christ”, siano piaciute a molti». Trentamila persone accorrono per assistere a un suo concerto a Berlino. In dieci anni percorre circa due milioni di chilometri. Quaranta nazioni lo accolgono nei loro più grandi teatri per ascoltare il suo canto di speranza, il suo intenso amore per Cristo e la freschezza del messaggio cristiano delle sue canzoni.

La fama e il declino
Come all'improvviso era arrivata, la fama va via in un attimo. Il padre Duval viene spazzato via all'improvviso. Le sue canzoni, notissime fino a un momento prima, vengono dimenticate." E, davanti a tutto ciò, Duval ha una reazione umanissima. Si mette a bere. Sempre di più, fino a diventare alcolizzato. Dichiara, dopo essere uscito a fatica dall'alcolismo: "Quel che mi ha fatto mettere a bere sono stati i soldi, gli stronzi, i decorati, il mio disadattamento congenito di fronte alla sporcizia del mondo. Volevo salvare il mondo e mi sono ritrovato alcolizzato." Agli inizi degli anni ‘70 padre Duval scompare dalla scena. Nessuno più ne sa nulla. La stampa non ne parla più. Ma le sue canzoni vengono sempre ascoltate attraverso i suoi dischi. "Forse ci troviamo di fronte a un caso tipico - e tragico - di un uomo che è finito per dissolversi nel frenetico ritmo del lavoro? Forse si tratta della vicenda - comune a chi si offre in pasto al successo - di un personaggio che ha finito per divorare la persona?" Sono quest gli interrogativi di Giovanni Toscano nella sua introduzione al libro che che ci fanno meglio comprendere il dramma di Duval.

Il bambino che giocava con la luna
Aimè Duval poi è sparito, entrato nel mondo di chi è schiavo dell’alcool, emergendo poi anni dopo con un libro autobiografico, “Il bambino che giocava con la luna”, dove, tra l’altro, osserva con chiarezza quanto sia importante per la propria maturazione raggiungere un grande equilibrio tra l’amore di sé, l’amore degli altri e l’apertura alla Trascendenza. Questo libro Lucien lo ha registrato per intero sulla banda di un magnetofono, durante un viaggio di andata e ritorno in auto da Nancy a Genova. La scottante esperienza dell'alcolismo la vive parallelamente ai suoi successi, cioè dal ‘58 al ‘70.

Ne esce grazie agli Alcolisti Anonimi e scrive il suo libro per indicare agli alcolizzati la via del ricupero. Un libro apparentemente dedicato a pochi: ai « malati», come lui li chiama. La reazione è sorprendente: il volume, edito nel 1983, è presto esaurito, nel giro di tre mesi è già alla terza edizione e ne vengono vendute quasi 40 mila copie. La ragione di questo interesse risiede nella personalità di Duval: nonostante le sue canzoni e il suo dramma, egli non è mai diventato « un personaggio». In queste pagine il rischio di una visione superficiale o di una sconsolata confessione - sempre con le parole dell'introduzione - si attenua notevolmente. La sua sincerità e verità di uomo cessa, in ogni caso, di fare problema. La stanchezza dovuta allo stress di organizzare, partire, cantare, viaggiare e l’atteggiamento di alcuni suoi confratelli che non hanno capito niente del suo moderno apostolato con la canzone, tutto ciò è stato uno dei motivi che lo hanno spinto all’alcolismo. "Lo riconosco - egli scrive -, l’alcol mi ha aiutato a gridare al mondo intero che esiste uno iato fra l’incomprensione, l’orgoglio, la stupidaggine e la dolcezza di un mondo futuro dove l’amore regnerà". Duval ci fa comprendere l'esperienza vissuta dalle sue parole: «L’alcolismo è una malattia dell’anima; una malattia mistica. La mistica è la possibilità di vedere la faccia nascosta della luna. La faccia nascosta della realtà delle cose". «Ero sensibilissimo alle critiche ingiuste. La cattiveria e la disonestà esistevano intorno a me e né mio padre né mia madre mi avevano preparato a superarle ». "La mia lotta contro l’alcolismo è la più grande avventura della mia vita. Oggi, quando parlo di Dio-Salvatore, so di cosa parlo. Ne ho fatto la prova nel mio corpo e non soltanto nella mia testa".

La rinascita
La sua guarigione è dovuta in larga misura al gruppo degli “Alcolisti Anonimi". Il loro coraggio e la loro solidarietà hanno sollecitato Lucien a battersi non solo per amare gli altri ma anche per amare se stesso. Completamente guarito, Aimé Duval ha trascorso i suoi ultimi anni di vita aiutando gli alcolizzati. Ad un giornalista di Panorama aujourd’hui che gli ha chiesto se durante la malattia avesse dubitato di Dio, egli ha risposto: "Mai! Più avanzo, più credo in lui. Perché egli mi ha salvato dalla mia semi follia e dalla morte". Nel febbraio 1984, a Nancy, egli riceveva ancora migliaia di lettere: rispondeva a tutti, aiutava tutti. Aveva fondato parecchi gruppi di A.A. Alla sua grande energia spirituale faceva riscontro una estrema fragilità fisica: stava già male, l’arteria della gamba sinistra gli doleva e camminava a fatica. Nel mese di marzo subisce due interventi chirurgici. Uscito dall’ospedale ha dato un ultimo concerto. Colpito da ictus cerebrale, si è spento a Metz il 30 aprile del 1984. In una sua lettera del 23 gennaio ‘84, diceva: "Sto scrivendo un secondo libro, Noè nudo, in cui spiegherò altre cose ai “non alcolizzati” ». Non lo leggeremo perché non è riuscito a portarlo a compimento. In Lucien - sempre dalla buona introduzione di Toscano - emerge come ognuno non farà fatica a riconoscere i tratti essenziali della nostra comune condizione e della nostra vita crocifissa. Duval lo possiamo definire con le parole di Toscano: "un uomo nel quale il mondo moderno si rispecchia per i rischi, i condizionamenti, le dipendenze cui spesso va soggetto. Ma anche un uomo nel quale si vede la palpabile possibilità di una "risalita". Le condizioni per capire questo uomo sono molto semplici: verità su noi stessi e umiltà. "Quando bevevo, la paura della morte mi rovinava la vita. La sobrietà mi restituisce il gusto della vita, senza farmi temere la morte." Il tutto è partito da un atto di umiltà che è ben esemplificato nelle sue parole: “Mi chiamo Lucien, e sono alcolizzato”. Un testo, a mio avviso, di notevole ricchezza di contenuti e spunti di riflessione.

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